domenica 9 giugno 2013
DANMLET - Saggio spettacolo del laboratorio 2012-2013
Nel nostro lavoro cerchiamo di mettere le condizioni affinché l’allievo possa trovare il maestro che è in sé.
Nel nostro lavoro, fare un’analisi drammatica dell’azione significa che l’attore deve trovare in sé l’impulso all’azione.
Ciò ci porta a non fare regia fino a pochi giorni prima dello spettacolo perché ciò che ci interessa è far scaturire una ricerca dell’azione all’interno di ogni allievo.
L’azione, nel nostro percorso, è intesa NON come puro agire nello spazio scenico, ma come processo che nasce da dentro.
In questo senso parliamo di pedagogia dei processi e non di pedagogia risultativa. La pedagogia dei processi si occupa dell’azione e non dell’imitazione o della rappresentazione. E’ nostro compito, quindi, porre le basi perché dal livello interiore dell’allievo-attore possa scaturire un mondo, una realtà concreta e non finta e, di conseguenza, possa nascere un’azione che possa poi diventare parte della messa in scena.
Quando, nel nostro programma di lavoro, parliamo di “dinamiche energetiche di gruppo” intendiamo far riferimento ad un tipo di concezione del teatro in cui il gruppo è come un unico corpo attraversato da meridiani energetici. Ogni individuo-attore è un punto energetico all’interno di una rete più ampia. Di conseguenza, prima di passare alla messa in scena, il lavoro dell’allievo-attore è un lavoro sull’ascolto e sul dono di sé agli altri. Tutto questo rientra all’interno di ciò che noi definiamo pedagogia dei processi e non dei risultati.
In questo processo l’errore e il caos (assunto metodicamente) sono necessari allo sviluppo dell’azione. Nostro obiettivo fondamentale è che i nostri allievi possano capitalizzare la nostra esperienza teatrale, culturale ed esperienziale al di là del saggio finale, che nel corso di molti anni di laboratorio teatrale ha assunto un valore davvero relativo e marginale.
Ciò a cui davvero ambiamo è una crescita umana, culturale e spirituale di ogni singolo allievo. Crediamo infatti, che, per dei giovani allievi, il teatro, portato avanti in questo modo e con questo rispetto dell’interiorità di ogni individuo, sia uno dei pochi canali verso la libera espressione di sé stessi nell’ambito di una sovrana inutilità (con inutilità intendiamo tutto ciò che a primo acchito non serve a raggiungere un risultato, ma è l’espressione di tutto ciò che è a prescindere da tutto).
Anche nel lavoro su Amleto, nonostante le difficoltà legate ad un testo classico della portata di Amelto (sovradimensionato rispetto all’esperienza di giovanissimi allievi che non avevano mai messo piede su di un palcoscenico), abbiamo lavorato per creare una situazione energetica collettiva che permettesse l’espressione personale di ogni individuo all’interno dell’azione teatrale, intesa come gioco all’interno del massimo rigore.
Abbiamo lavorato per condurre il gruppo verso un lavoro sulla comunicazione, intesa come comunicazione energetica. Questo lavoro ci ha portato a sfiorare alcuni aspetti delle arti marziali e soprattutto ad affrontare il lavoro con il bastone.
Quando si lavora con il bastone si lavora senza scopo se non quello di lavorare con il bastone. Non c’è pensiero rispetto all’esito finale, si mette solo l’allievo in condizione di percepire il suo corpo, il bastone, lo spazio, l’altro compagno, l’energia che ci attraversa e che possiamo direzionare coscientemente. Se usato così il bastone diventa un’antenna, un canale di ricezione che porta da sé al mondo e che concentra tutto il mondo in un piccolo frammento di azione nello spazio.
Si tratta di una fase di esplorazione che consente all’allievo di acquisire fiducia in se stesso, nelle proprie abilità sconosciute e di dedicarsi con disciplina e metodo ad una singola azione che deve essere fatta con tutto se stessi. Aver cura del bastone diventa aver cura del proprio fare teatrale, aver cura del mondo, del compagno e per estensione cura di sé. Il bastone è amico del silenzio. Fa spazio alla parola porosa.
Il lavoro su Amleto aveva bisogno di silenzio, di coscienza della propria fragilità interiore, di attesa, di lotta energetica individuale e collettiva per non soccombere sotto il peso di parole che, come quelle di Amleto, possono annichilire per la loro potenza.
Quando gli allievi sentono l’amore e la passione di chi li conduce sono disponibili anche a fare esperienze che non capiscono immediatamente e a lasciarsi guidare fiduciosi, dando a chi conduce la possibilità di muoverli internamente e di avere accesso alle proprie emozioni profonde.
Lavorando su Amleto, con questo gruppo di lavoro, più e più volte si è creata una grande sinergia-fiducia allievo-maestro che ha permesso di aprire il dialogo sulle fragilità dei nostri adolescenti allievi–attori e in cui il teatro si è rivelato ancora una volta una soglia che porta ad una conoscenza prima di tutto interiore. Una lezione che ha segnato il lavoro è stata una lezione di marzo in cui il gruppo è stato spontaneamente in silenzio per 45 minuti. Quando gli allievi hanno verbalizzato l’esperienza si sono detti che, mai come in quell’eterno tempo in silenzio, avevano registrato la potenza dell’azione e avevano registrato tutto ciò che in quel silenzio era successo perché chi c’era può dire quanto sia successo davvero nel silenzio della nostra presenza.
Quando il lavoro sull’esplorazione e sui processi si realizza in tutta calma e senza strappi e senza giudizi, il risultato viene da sé e ad un certo punto lo spettacolo finale si materializza come per magia. Anche quest’anno, insieme agli allievi è stato realizzato il saggio finale “DANMLET” una contaminazione tra il primo atto de l'AMleto e il Canto di Ulisse di Dante. Lo spettacolo è stato presentato al festival LAIV e al Progetto Amleto del Teatro Franco Parenti di Milano a cui la nostra scuola aveva aderito lo scorso anno. Nella prospettiva di una distizione tra processi e risultati il testo di Shakespeare poteva essere un ostacolo insormontable (nell'ottica del risultato) oppure un ottimo trampolino di lancio per far si che l'allievo scoprisse attraverso l'Amleto le proprie sorgenti di pensiero e questo nell'ottica del processo. Il testo di Shakespeare è stato quindi usato per fare pedagogia e non regia. Siamo partiti dalla lingua originale di Shakespeare usandola come materia sonora che attraversa lo spazio e il tempo.
Amleto obbliga a ri-pensare il possibile con uno sguardo oltre la soglia.
L’allievo-attore che si interroga su Amleto è Amleto stesso che si interroga sul significato dell’esistenza. Ad un cerpto punto del percorso Shakespeare ha incontrato l’Ulisse di Dante.
Il titolo del nostro spettacolo è infatti DANMLET dato che ad un certo punto del nostro percorso Amleto ha incontrato l’Ulisse di Dante in un contagio artistico-filosofico. Agli allievi, infatti, abbiamo prospettato la possibilità di contaminare Amleto con Dante e abbiamo proposto una possibile linea interpretativa in cui il coraggio di Amleto di andare al di là della soglia di conoscenza per aver accesso ad una dimensione solo a lui destinata (“questo spirito muto per noi a lui parlerà” dicono gli amici di Amleto dopo che hanno visto il fantasma di suo padre) si potesse fondere con il coraggio, il desiderio di conoscenza dell’Ulisse di Dante che con la sua “orazion picciola” conduce i suoi compagni al di là del mondo conosciuto, al di là delle Colonne d’Ercole per perseguire “virtute e canoscenza”.
Gli allievi hanno mostrato fin da subito con i loro commenti, con il loro andare a rileggere Dante, di poter non solo condividere questa linea interpretativa ma di poterla “assumere con il cuore” mettendola in vita sul palcoscenico. E’ stato per questo motivo che il saggio finale ha lasciato in tutti i partecipanti al laboratorio un senso di pienezza e di realizzazione.
Il teatro, per noi, è il luogo della prassi. E’ un processo che va distinto dalla poiesis o produzione o risultato in quanto è un'azione che attraversa l'oggetto per ritornare al soggetto. Questo è ciò che chiamiamo processo. Il lavoro su Amleto con gli allievi del liceo Weil ha attraversato il testo per mettere in discussione, aldilà del testo, le stesse condizioni di pensiero dell'allievo.
L'approccio al testo di Amleto è stato un approccio prettamente pedagogico o meglio un approccio che lungi dal privilegiare il risultato finale intendeva realizzarsi nel percorso di crescita, di conoscenza dell'individuo-attore, fonte di pensiero originale. Nella visione che abbiamo portato avanti, Amleto non è un personaggio ma è un pensiero che attraversa l'attore-individuo per superarlo e riconfermarlo nei limiti della propria fragilità esistenziale. La struttura che meglio risponde a questa esigenza pedagogica è una "struttura ludica" che obbliga l'allievo-attore a superare se stesso, la sua realtà quotidiana, per accedere ad una dimensione simbolica e metafisica.
Nel nostro saggio finale Amleto non è un personaggio ma è un pensiero che attraversa l'attore-individuo per superarlo e riconfermarlo nei limiti della propria fragilità esistenziale.
Questa è la nostra personale visione ontologica del teatro, una visione in cui il teatro rappresenta una soglia, prima di tutto umana e spirituale. Questo spiega anche la nostra interpretazione dell’Amleto in chiave metafisica. Un’interpretazione pensata per offrire ai nostri giovani, giovanissimi allievi una porta di accesso ad Amleto che fosse anche porta di accesso percorribile, per prima cosa, dalle loro giovani vite.
(Omero Affede e Carmen Chimienti)
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